
Come prima esperienza abbiamo scelto BEBY.BEST, società benefit che ritira, seleziona e rimette in circolo abiti inutilizzati, trasformando lo spreco tessile in valore ambientale, sociale e imprenditoriale.
Ecco l’intervista alle fondatrici Angelica Velati e Irene Montone.
Perché parlare oggi di decluttering etico e moda circolare?
Il settore tessile è al centro di una trasformazione profonda. In Europa crescono l’attenzione per la raccolta differenziata dei tessili, la responsabilità estesa del produttore e i modelli di consumo più circolari. Secondo la Commissione europea, nel 2019 sono stati prodotti circa 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili e solo una parte minoritaria è stata raccolta separatamente per il riutilizzo o il riciclo. In questo scenario, esperienze come BEBY.BEST intercettano una domanda concreta: liberare spazio negli armadi senza alimentare lo spreco.
La società benefit fondata a Milano da Angelica Velati e Irene Montone propone un servizio di decluttering etico basato su ritiro a domicilio, selezione, tracciabilità, donazione, vendita e upcycling. Un modello che unisce sostenibilità ambientale, inclusione sociale e competenze digitali.
Angelica Velati e Irene Montone, come nasce BEBY.BEST?
“Ci siamo conosciute in Google, dove abbiamo lavorato per molti anni accompagnando imprese, agenzie e grandi editori nei percorsi di digitalizzazione. Dopo quell’esperienza volevamo continuare ad avere un impatto, ma con un progetto nostro. BEBY.BEST nasce da questa scelta: mettere insieme competenze digitali, attenzione alla sostenibilità e desiderio di costruire un’impresa con uno scopo chiaro”.
Che cosa significa BEBY e qual è la missione della società benefit?
“BEBY significa Better Environment, Better You. L’idea è semplice: prendersi cura dell’ambiente può voler dire anche prendersi cura di sé, del proprio guardaroba e del proprio modo di consumare. Come società benefit vogliamo allungare la vita dei capi già esistenti, ridurre lo spreco tessile e creare occasioni di impatto sociale attraverso una filiera locale e tracciabile”.
Il progetto nasce dunque da un bisogno quotidiano — gestire gli abiti che non si usano più — e lo trasforma in un servizio ad alto contenuto ambientale e sociale.
Come funziona il servizio di decluttering etico?
“Il servizio parte dal ritiro dei capi a domicilio. Dopo la raccolta, ogni capo viene fotografato, classificato e indirizzato verso il percorso più adatto: vendita second hand, trasformazione creativa, donazione o recupero. Vogliamo evitare che gli abiti entrino in circuiti poco trasparenti e dare a chi dona la certezza che il proprio gesto abbia un impatto reale.”
La tracciabilità è uno degli elementi distintivi del modello. BEBY.BEST usa strumenti digitali interni per registrare provenienza, caratteristiche e destinazione dei capi, portando nel mondo del riuso competenze maturate nell’innovazione tecnologica.
La filiera si sviluppa lungo tre direttrici:
- recupero e rigenerazione, attraverso sartorie sociali e designer emergenti;
- riuso e re-immissione sul mercato, per i capi in ottime condizioni;
- donazione tracciata, in collaborazione con associazioni del territorio che lavorano con persone e comunità fragili
Qual è il ruolo dell’upcycling nella moda sostenibile?
“L’upcycling permette di dare nuova vita a capi che non sarebbero più utilizzati nella loro forma originaria. Non partiamo da tessuti nuovi, ma da abiti già esistenti, spesso in ottime condizioni o addirittura mai indossati. La trasformazione non cancella la storia del capo: la valorizza e la rende parte del suo valore”.
Per questo BEBY.BEST collabora con sartorie sociali, associazioni e giovani designer. L’obiettivo è costruire una filiera locale capace di generare lavoro, formazione, creatività e inclusione.
In che modo BEBY.BEST genera impatto sociale?
“Vogliamo che il recupero dello spreco tessile diventi anche opportunità. Oggi siamo in una fase sperimentale, ma stiamo progettando processi semplici e replicabili che possano coinvolgere realtà del terzo settore e, in prospettiva, persone con fragilità. Ogni passaggio della filiera può diventare occasione di lavoro e reinserimento.”
Qual è la sfida economica di una startup sostenibile?
“La sfida è tenere insieme impatto e sostenibilità economica. Il prezzo di un capo rigenerato non racconta solo il valore materiale dell’oggetto, ma anche il lavoro di selezione, tracciamento, trasformazione e collaborazione con realtà sociali. Crescere senza comprimere questi passaggi è complesso, ma necessario per restare coerenti con la missione”.
La forma giuridica di società benefit rafforza questa impostazione: il profitto resta importante, ma non è l’unico criterio di scelta. Conta anche la capacità di misurare e rendere visibile l’impatto generato.
Perché il digitale è importante per un progetto di economia circolare?
“Il digitale ci aiuta a organizzare la filiera, comunicare con la community e costruire fiducia. Fotografare e classificare i capi, monitorarne il percorso, raccontarne la storia e dialogare con le persone sono attività fondamentali. La sostenibilità ha bisogno anche di strumenti semplici, chiari e accessibili.”
La comunicazione passa soprattutto da motori di ricerca, social network, eventi e incontri sul territorio. Una strategia coerente con un pubblico che cerca soluzioni pratiche per riordinare, donare e acquistare in modo più consapevole.
Come si educa a comprare meno e meglio?
“Non vogliamo spingere le persone ad acquistare di più. Vogliamo aiutarle a usare meglio ciò che hanno già, a capire quali capi valorizzano il proprio stile e quali possono essere rimessi in circolo. Per questo collaboriamo con consulenti di immagine e professioniste del decluttering”.
Il decluttering etico diventa così uno strumento educativo: non solo liberare spazio, ma ripensare il rapporto con il consumo, la qualità e la durata degli oggetti.
BEBY.BEST può lavorare anche con le aziende?
“Sì. Immaginiamo workshop, giornate aziendali e attività di team building in cui i dipendenti possano portare capi da donare, partecipare a momenti formativi e riflettere sui comportamenti di consumo. Per le imprese può essere un modo concreto per integrare sostenibilità, welfare, engagement e obiettivi ESG”.
La collaborazione con le aziende apre anche la possibilità di misurare meglio l’impatto, consolidare partnership e rendere il modello più scalabile.
Che ruolo ha avuto la Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi?
“Per noi la Camera di commercio è stata un punto di riferimento per orientarci tra servizi, corsi, strumenti e opportunità. Prima ancora della costituzione della società abbiamo seguito attività formative su sostenibilità, rendicontazione, impatto e bandi. Venendo da una grande azienda, avevamo bisogno di conoscere meglio l’ecosistema delle piccole e medie imprese”.
La Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi dedica servizi e strumenti alle imprese che vogliono orientarsi sui temi della sostenibilità e degli ESG, offrendo supporto a micro, piccole e medie imprese nei percorsi di crescita sostenibile.
Qual è il prossimo obiettivo di BEBY.BEST?
“Vogliamo consolidare la filiera, rendere i processi sempre più semplici e replicabili, costruire partnership con realtà sociali e aziende, e dimostrare che un modello sostenibile può reggersi anche economicamente. La nostra sfida è crescere senza perdere coerenza”.
Per approfondire il progetto, visita il sito web e la pagina LinkedIn di BEBY.BEST.









