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Sarà più #metaverso per tutti?

metaverso” è stata la parola più cercata su Google negli ultimi mesi. Ne sentiamo parlare da tempo, soprattutto da quando Mark Zuckerberg ha cambiato il nome di Facebook in Meta. Iniziamo a vedere pubblicità che ci spiegano come in certi ambiti e con esempi pratici cambieranno le nostre vite.

Ma che cos’ è il metaverso?

È uno spazio virtuale all’interno di internet, una sorta di tanti mondi paralleli. Per accedervi bisogna andare attraverso il web, su alcune piattaforme dedicate, come Decentraland o Horizon Worlds. Per provare l’”#immersività”, bisogna indossare un #visore e, meglio ancora se si ha un #avatar con le proprie sembianze, ma anche senza. Il confine tra reale e virtuale sarà molto sottile, o meglio, le esperienze vissute saranno sì vere ma in un mondo virtuale.

Dunque, presto si potrebbe accedere a molteplici servizi, e vivere altrettante esperienze immersive stando comodamente seduti a casa o dove vogliamo, ma credendo di essere altrove, perché si vedono spazi tridimensionali e si ascoltano suoni e voci difficilmente distinguibili dalla realtà. Una novità tecnologica di tale portata ha attirato fin dall’inizio molti investitori, aziende, brand, scuole, enti pubblici, liberi professionisti.

Esponenti del mondo della cultura e dell’intrattenimento hanno già iniziato a muovere i primi passi e sperimentare nel metaverso alcuni loro servizi ed esperienze.

Tra le prime applicazioni del metaverso ci sono alcune che hanno contribuito a far esplodere il mondo del gaming.

Come e quando evolverà questo fenomeno, è difficile prevederlo con certezza, ma sembra che non resterà nel limbo a lungo.

Nel breve termine, il metaverso è per pochi, ma sarà per tutti se diventerà “il nuovo Internet”.

Su questo tema abbiamo intervistato il Dott. Paolo Costa, co-fondatore di Spindox e Docente Comunicazione Digitale e Multimediale all’Università di Pavia.

Dott. Paolo Costa, co-fondatore di Spindox e Docente Comunicazione Digitale e Multimediale all’Università di Pavia

A che punto siamo con il metaverso?

“Per prima cosa, secondo me, il metaverso non esiste ancora, è un bellissimo progetto, auspico che ci arriveremo ma oggi non c’è, stiamo facendo altro. La parola “metaverso” viene usata con varie estensioni, ma in modo non corretto.

Troviamo molto interesse per quelle esperienze virtuali che superano le disfunzionalità del web per come lo abbiamo conosciuto finora, complice la pandemia. Gli strumenti piatti, bidimensionali, che abbiamo utilizzato durante quel periodo hanno mostrato tutti i loro limiti. Questi limiti si superano rendendo l’esperienza tridimensionale e “immersiva”, con un avatar. Ma anche il browser garantisce un certo livello di immersività e permette di navigare all’interno di uno spazio tridimensionale. Poi ci sono i mondi virtuali, dove un numero illimitato di utenti vive in modo immersivo e tridimensionale un’esperienza sociale, di formazione o altro.

Quindi esperienza immersiva, mondi virtuali e poi il Metaverso, unico e con la emme maiuscola, che sarà l’interconnessione di tutti i mondi virtuali quando si sarà trovato un accordo tra le big tech sull’interoperabilità e quindi sugli standard da utilizzare. Oggi, per esempio, se vado con il mio avatar su Roblox non posso entrare su Fortnite, perché non c’è connessione tra i due mondi. Se invece tutti adotteranno il medesimo standard, questo sarà possibile, ma non è detto che ci si arrivi, non tutte le forze lo vogliono, ci sono due consorzi diversi che stanno lavorando sull’interoperabilità ed è già battaglia.

Per merito o colpa loro (Facebook), Google, Microsoft non sono tutte nello stesso consorzio, perché hanno basato il loro business sulla vendita dei dati, ma questo sarà complicato in futuro, vuoi perché gli utenti si sono sensibilizzati e non pubblicano più come prima dati e informazioni personali, vuoi per la normativa sulla privacy (GDPR) che si farà più stringente. Quindi vendere i dati agli inserzionisti pubblicitari sarà arduo, i cookies di terza parte hanno i mesi contati. Entro il 2023 sarà impossibile usarli per la profilazione, e il quadro normativo è radicalmente cambiato, non solo in Europa.

Inoltre, le nuove generazioni non sembrano granché interessate né a Facebook né a Instagram e quindi Meta ha un enorme problema in prospettiva, gli utenti diminuiscono sempre più. Zuckerberg (il fondatore di Facebook, ora Meta), ha tentato di spostarli in un Facebook in tre D, senza per ora riuscirci molto, però questo non è il “Metaverso”.

Secondo lei, le imprese devono investire o no nel metaverso?

“Ci sarebbero sicuramente dei vantaggi, ma bisogna avere un approccio innovativo e aperto. Inoltre, non bisogna investire tanto per dire “io sono tra i primi ad essere nel metaverso”. Bisogna esserci per offrire esperienze utili, per fare la differenza.

Per prima cosa bisogna distinguere tre macro ambiti: consumer, commercial e industrial.

Nel commercial, il metaverso ci permette di gestire la relazione con tutti i nostri stakeholders in modo più efficace, perché si offrono delle esperienze più ricche e coinvolgenti. Per esempio, nelle fiere si possono affittare stand anche molto meno grandi di una volta ed offrire ai clienti delle visite ai propri cataloghi e prodotti che possono anche non essere lì tutti, ma in maniera virtuale sì. In questo modo con il visore si può entrare nella sezione virtuale dello stand, dove non solo è possibile vedere tutti i modelli, ma anche fare esperienze. In caso di esposizioni di macchinari, in fiera non sarebbe certo possibile, ad esempio, entrare nel motore. Invece con un’applicazione virtuale lo si può fare. Stessa cosa nel settore tessile, si può invitare i clienti ad esplorare il catalogo dei campioni accompagnandolo nel metaverso. Quindi l’agente sarà accanto al cliente nello stesso spazio del metaverso, perché gli utenti vanno affiancati.

Poi, nel consumer, per esempio, nei kickoff meeting nel metaverso con l’avatar – che andranno sempre di più – si avrà un’esperienza memorabile rispetto al classico meeting su Zoom.

Infine, nell’ambito industrial, che è il più interessante di tutti, perché ci permette di fare “dei duplicati digitali” per esempio di linee di produzione di impianti per fare delle simulazioni, o la formazione tecnica che deve lavorare su queste linee.

Per esempio, c’è una casa farmaceutica importante che realizzerà un nuovo sito di produzione in Toscana e sta valutando di crearne una copia digitale. Così, anche se ci vorranno due anni per la conclusione di questo stabilimento, il suo personale potrà già essere formato nel suo gemello virtuale; quindi, si potrà fare il training relativamente ad una cosa che non esiste ancora”.

Quali sono ad ora i settori più impattati?

“La moda è chiaramente il settore più impattato di tutti, perché su queste piattaforme tipo Roblox, frequentate soprattutto da giovani e giovanissimi, c’è il tema della rappresentazione della propria persona attraverso l’avatar, e quindi dei vestiti e accessori. Questa è un’economia fiorente costruita e pensata sulla cura e l’aspetto di ogni utente. Perché nessuno vuole avere lo stesso vestito che aveva l’anno prima. Gli esponenti della generazione Z su Roblox cambiano mediamente qualche accessorio del proprio avatar ogni settimana, e questo è un mercato, come lo è la moda nel mondo reale, basato su una forma di autoespressione attraverso i vestiti che indossiamo, è sempre stato così, non c’è nulla di nuovo. Tutto è fatto nell’ottica di un’esperienza mista, sia reale sia virtuale.

I negozi e le boutique cambieranno, avranno meno vestiti esposti, ma, in più, ci sarà la dimensione reale dell’esperienza che rende la visita nel negozio più ricca e memorabile, a tutto vantaggio del brand. Quindi a cosa servirà il metaverso? Il punto non è, come stanno facendo credere ora (vedi alcune pubblicità), che in futuro non andremo più nei negozi ma andremo nel metaverso, ma è che cambierà la fisionomia dei negozi e lo scopo per cui ci andremo: per fare esperienze miste.

Quali sono le tecnologie che abilitano al metaverso? Sono accessibili?

“Oggi la tecnologia che serve per entrare nel metaverso è il visore, che oggi sono di vari costruttori (Oculus di Meta ecc…), ma ora siamo agli inizi di un’evoluzione tecnologica da questo punto di vista, perché indossare un visore è possibile per una mezzoretta, dopodiché ci stanchiamo. Anche i ragazzini, dopo un po’ non lo tollerano. Ci saranno dei nuovi occhiali di Apple, dovrebbero uscire verso primavera 2023, che saranno molto più leggeri e sopportabili, un prodotto game-changer. Costeranno moltissimo e incorporeranno 14 telecamere. Intanto c’è il browser che è meno immersivo ma comunque ci permette di entrare nel metaverso, anche senza visore e con il proprio avatar.”

È un mondo (virtuale) ancora privo di legislazione, come si potrà governarlo?

“Siamo molto indietro, la legislazione segue sempre la tecnologia che viaggia a velocità esponenziale. Se si comprano spazi e terreni su Decentraland (piattaforma virtuale basata su blokchain specializzata per compravendite immobiliari), sulla transazione non c’è l’IVA. Sarà così anche in futuro? Ci sono dibattiti in corso che non finiranno a breve sull’evasione e sulla giurisdizione del metaverso che ad ora non c’è. In teoria dovrebbe essere quella del Paese presso il quale risiedono i server, un po’come gli acquisti degli NFT, che fra l’altro possono venire rubati. Quando nasce un mondo, nasce senza regole, poi, a poco a poco, arrivano anche quelle.”

Quando ci sarà la svolta per la quale tutti o quasi, utilizzeremo il metaverso?

“Come accennavo prima, la narrazione che si sta facendo adesso non aiuta a capire ed è fuorviante. Non è che non usciremo più con gli amici e preferiremo stare nel metaverso, è una sciocchezza. Invece bisognerebbe far capire che già oggi la nostra vita è ibrida, sempre e per ogni circostanza, noi siamo sempre un po’on line. Quindi non dobbiamo pensare all’esperienza nel metaverso come sostitutivo dell’esperienza fisica, ma come un’integrazione. Così, i nostri vissuti potranno arricchirsi di un elemento virtuale che darà quel qualcosa in più alle nostre emozioni e ricordi. Questo momento di consapevolezza potrà essere la svolta.”

Articolo a cura di Silvia Pietrarolo

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